[radioFinzioni]
e a tutti e quattro i miei figli ho insegnato a fischiare

Mi rimettono tuti i peccati presenti passati e futuri ma è meglio non insistere con tutto questo peccare perché alla fine rompe anche il cazzo.
E sono stato anche fortunato a nascere nel 1930, e la mia formazione coincise con la prima edizione delle lettere dal carcere e io affabulavo sull’antologia di Anceschi chiamata lirici nuovi e comperavo il mestiere di vivere e il lavorare stanca nelle prime edizioni e vedevo i ladri di biciclette e Roma città aperta per la prima volta. E poi, tutto ad un tratto mi accorsi che non avevo più maestri e dovevo ammaestrarmi in questo mondo da solo e divenni “ironico” profondamente. E profondamente imparai la teoria della eterogeneità dei fini: il regno di Dio si realizzerà soprattutto per gli sforzi disperati dei nemici e negatori del regno di Dio, insomma il comunismo avanza come ironia della storia e questa è la definizione dell’ironia trovata nell’enciclopedia delle scienze filosofiche: l’ironia è il giocare con tutto; questa soggettività non tiene nulla per serio, manifesta sì serietà, ma subito di nuovo la distrugge, ed è capace di trasformare il tutto in parvenza. Insomma questa è proprio la storia, cioè l’ironia della storia e l’anima della storia. Qualsiasi cosa è tutto l’opposto di quello che sembra. E adoperando la definizione di Hegel come esteti si entra dentro un grande casino. Credevamo proprio che fosse il sole a tramontare invece tramontavamo noi, noi tramontiamo e ci capovolgiamo e i comunisti che lavorano per un mondo nuovo riuscivano solo a fare i funerali più grandi del mondo quando era da immaginarsi tutto l’opposto, non i funerali con le estreme unzioni, ma i battesimi le cresime e le prime comunioni. Non sapevamo più quello che facevamo, e la marcia funebre che accompagnava i grandissimi funerali di Piazza Rossa mi piaceva moltissimo, e per scrivere ho comperato la grande marcia funebre, comperato il disco, e me lo ascolto scrivendo, questo funerale, e poi me la fischio la marcia funebre, quando vado a lavorare inforcando la bicicletta, con le mie gambe che inforcano la bicicletta. Ed esaltato e vitalizzato dalla marcia funebre mi fischio anche la quinta di Beethoven, ed ero anche amato per questo mio bel fischiare, anche se quel fischio acutissimo che si fischia mettendo due diti in bocca non sono mai riuscito ad eseguirlo. E a tutti e quattro i miei figli ho insegnato a fischiare, ad andare in bicicletta, a sciare, a giocare a dama e a scacchi, ad alzare gli aquiloni, a nuotare e anche a fare il morto, e poi ho considerato la mia opera pedagogica compiuta. Insegnai a tutti quattro i miei figli anche a camminare, e prendendoli per le mani dicevo: alzati e cammina, e a volte camminavano per davvero; e ora che camminate nuotate andate in bicicletta e persino fischiate non rompetemi tanto i coglioni perché con questo funerale io sono entrato per una strada che non so proprio dove andrò a finire e perfino mia moglie mi compatisce per questa manìa funerea. E come il frutto è la verità del fiore, secondo Hegel, potrebbe essere che la morte è la verità della vita, come d’altronde potrebbe essere anche che la vita è la verità della morte. Pare che queste simmetrie siano assolutamente necessarie. E così i funerali sono molto viventi con tutta quella gente ridente e piangente a caso.
Tempo fa mi scrissero una lettera. Non potevo più pubblicare poesie su riviste di sinistra perché ero piccista.
E questa chiacchiera fu accettata tranquillamente.

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Questo pezzo è bellissimo.