[radioFinzioni]
niente (terze) tragedie

Ale oggi ha detto a uno che non conosco: Non so se buttarmi in una tragedia o in un romanzo tipo, hai presente Walter Scott, Ivanhoe? che poi com’è che si dice? Ivanò o Aivanò?

quello che non conosco: Si dice Aivanò.

Ale: Ecco, Aivanò. Tipo Aivanò. No, ma neanche Aivanò. Pensavo a una cosa mezza storica, pensavo di metterci in mezzo anche una storia d’amore, sai una di quelle piene di difficoltà? Qualche stronzetto che si mette in mezzo e pesta i piedi ai due poveri innamorati. Hai presente, no, le commedie latine? Tutte le peripezie e alla fine vissero tutti felici e contenti. Non so, una cosa del genere. Ho qualche dubbio però. Un romanzo è un romanzo. Ci devi pensare bene, deve funzionare, ci devi mettere capitoli noiosi così quelli belli sembrano ancora più belli. Non so. Non so se ce la faccio a scriverlo.

quello che non conosco: …

Ale: Con la tragedia invece, con la tragedia andrei sul sicuro. Alla gente è piaciuta l’ultima. Ma anche quella prima. Sì, insomma, la tragedia è un terreno già battuto. Con la tragedia vado sul sicuro. Ma tu che ne pensi?

quello che non conosco: Eh, che ne penso. Penso chi te la fa fare, Ale? Ma scrivi la terza tragedia, fai il botto. Ma che te ne frega?

Ale: Dici? Non lo so, ci devo pensare.

E due mesi dopo Ale cominciava i Promessi Sposi.

Oh, ma pensa che sarebbe successo se fosse andato sul sicuro.

Niente riascquo dei panni in Arno, niente note a piè di pagina su una copia a cazzo della ventisettana. Niente romanzo sul Seicento. Niente Renzo e Lucia e Quel ramo sul lago di Como.

Ma pensa.

E quelli che aspettavano la seconda puntata, tenevano duro quindici giorni, poi altri quindici e di quindici in quindici per due anni.

Era novembre. La prima volta che hai letto Manzoni era novembre. C’era freddo e non eri coperto abbastanza. È sempre così: c’è freddo e tu hai il cappotto corto, le mani in tasca e una sciarpa chiara. Sotto il braccio: un giornale.

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Il pezzo migliore del giorno l’ha scritto lei.