Quello che mi fa riflettere è lo Stereotipo del Poeta Italiano come si è fissato nel secondo Novecento: un vecchietto un po’ matto in una casa cadente, in balia dei suoi animali domestici. Altrove non è così: i poeti possono anche essere giovani, o adulti, vivere in case funzionali. Di chi è la responsabilità?
Suppongo che la sua parte di colpa l’abbia Montale, con i suoi solai e cantine e ripostigli e orecchini e chincaglierie assortite. Ma la mania dei solai parte da molto prima, il primo solaio del Novecento credo l’abbia visitato Gozzano nella Signorina Felicita. Da allora la polvere è diventata una presenza ossessiva nella poesia italiana.
Poi può anche darsi che la nostra mania per solai e cantine ci derivi dall’usanza di vivere in case di proprietà, tramandandocele di padre in figlio. Per cui il disordine fisico di queste case forse davvero è un problema che i nostri poeti riflettono più di altri. Noto per esempio che il più grande incendiario di solai, almeno da un punto di vista poetico, F. T. Marinetti, viveva proprio in quel periodo in una casa assolutamente disastrata, piena di cimeli africani che gli ricordavano l’infanzia egiziana ma che con il futurismo non c’entravano proprio niente, di cui non riusciva sul piano pratico a liberarsi, sicché in un certo senso il futurismo era una reazione del poeta all’entropia del suo stesso ambiente.
E insomma può darsi che alla fine questi Personaggi Poeti siano un modo con cui amministriamo la nostra autoindulgenza: casa mia è un casino, magari sono un poeta anch’io. E magari prima o poi a furia di non spolverare mi danno anche un vitalizio.
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Cercavamo qualcosa di intelligente da dire su Alda Merini, e forse l’abbiamo trovata. (grazie a tostoini) |
