[radioFinzioni]

Yet it seems like people will never get tired of probing you about how much of your fiction is autobiographical.

I wonder why. No other authors – when I read about them – get asked this. Michael Chabon doesn’t get asked this. Jonathan Franzen doesn’t get asked this. Jonathan Lethem doesn’t get asked this. I get asked this. Maybe because I’m just not as good a writer as they are.

Oh, Bret.
A proposito del libro di Baricco: l’altro giorno una ragazza ha preso Ocean sea dallo scaffale, e con gli occhi che le brillavano ha detto all’amica: “che mito Baricco, sa scrivere anche in inglese.

game, set and match.

Renault4: 7 copertine.

Si battono per l’Idea, non avendone. (maggio 1951)
you are now following Ennio Flaiano.

Ce n’è da fare gli splendidi per conversazioni e conversazioni.

(link retwittato dal santoni. retwittato?)

biografie essenziali

Ernest Hemingway diceva sempre prima vivi poi scrivi. Poi è morto.

Jack Kerouac viveva con la madre. Gli piaceva da matti il Bebpop. Beveva un casino e per questo è morto.

Marcel Proust era un precisino. Una volta ha scritto la parola Fin, poi è morto.

Nicolaj Gogol ha scritto racconti su un naso e un cappotto smarriti, poi voleva scrivere la divina commedia in prosa e intanto incitava la moglie a frustare i servi. Alla fine è morto.

Stephen King una volta ha detto basta, non scrivo più romanzi. Poi ne ha scritti degli altri. Infatti non è ancora morto.

Alberto Moravia… dunque, Alberto Moravia… non mi viene in mente niente. Però è morto.

Cesare Pavese lavorava per l’Einaudi. E lavorava talmente tanto da essersi dimenticato di quale donna era innamorato. Così s’è ucciso.

Boris Savinkov era nato incendiario e finito pompiere. Scriveva anche abbastanza male, per essere un russo. Per questi e altri motivi è stato suicidato.

Le biografie essenziali di Barabba sono uno spasso.

niente (terze) tragedie

Ale oggi ha detto a uno che non conosco: Non so se buttarmi in una tragedia o in un romanzo tipo, hai presente Walter Scott, Ivanhoe? che poi com’è che si dice? Ivanò o Aivanò?

quello che non conosco: Si dice Aivanò.

Ale: Ecco, Aivanò. Tipo Aivanò. No, ma neanche Aivanò. Pensavo a una cosa mezza storica, pensavo di metterci in mezzo anche una storia d’amore, sai una di quelle piene di difficoltà? Qualche stronzetto che si mette in mezzo e pesta i piedi ai due poveri innamorati. Hai presente, no, le commedie latine? Tutte le peripezie e alla fine vissero tutti felici e contenti. Non so, una cosa del genere. Ho qualche dubbio però. Un romanzo è un romanzo. Ci devi pensare bene, deve funzionare, ci devi mettere capitoli noiosi così quelli belli sembrano ancora più belli. Non so. Non so se ce la faccio a scriverlo.

quello che non conosco: …

Ale: Con la tragedia invece, con la tragedia andrei sul sicuro. Alla gente è piaciuta l’ultima. Ma anche quella prima. Sì, insomma, la tragedia è un terreno già battuto. Con la tragedia vado sul sicuro. Ma tu che ne pensi?

quello che non conosco: Eh, che ne penso. Penso chi te la fa fare, Ale? Ma scrivi la terza tragedia, fai il botto. Ma che te ne frega?

Ale: Dici? Non lo so, ci devo pensare.

E due mesi dopo Ale cominciava i Promessi Sposi.

Oh, ma pensa che sarebbe successo se fosse andato sul sicuro.

Niente riascquo dei panni in Arno, niente note a piè di pagina su una copia a cazzo della ventisettana. Niente romanzo sul Seicento. Niente Renzo e Lucia e Quel ramo sul lago di Como.

Ma pensa.

E quelli che aspettavano la seconda puntata, tenevano duro quindici giorni, poi altri quindici e di quindici in quindici per due anni.

Era novembre. La prima volta che hai letto Manzoni era novembre. C’era freddo e non eri coperto abbastanza. È sempre così: c’è freddo e tu hai il cappotto corto, le mani in tasca e una sciarpa chiara. Sotto il braccio: un giornale.

—-

Il pezzo migliore del giorno l’ha scritto lei.

scrittori

Ora, non è che sento sempre le voci.
A volte le voci le uso. In delle vere e proprie discussioni, argomentate e tutto.
Non c’è nulla di male a chiacchierare con un interlocutore immaginario.
Non dirmi che tu non lo fai mai.
E’ una tecnica di sopravvivenza.
Come quando si imbastiscono dei discorsi lunghissimi sul nulla per confondere le idee all’altro, con la speranza che quello, l’altro, leggendo, si dimentichi di che cosa si stava parlando.
Che poi questa tecnica, c’è gente che ci vive. Come questo gruppo di scrittori, tutti famosi, tutti amici fra di loro. Che mica ho mai capito come funziona, se diventano prima amici e poi scrittori famosi, tutti assieme, o se prima diventano scrittori, tutti famosi, e poi, siccome son tutti scrittori famosi, diventano amici fra di loro. Io li ho conosciuti, un giorno che ero ospite a pranzo da uno scrittore famoso, uno che fa parte di questo gruppo di scrittori famosi, tutti amici fra di loro. Che siccome son tutti amici fra di loro, a questo pranzo c’erano proprio tutti, questi scrittori famosi, che parlavano di scrittura con quel loro modo di raccontare che hanno, anche nei romanzi, pacato, piano, pieno di virgole, che sembra di vederle anche mentre parlano, tutte quelle virgole, sospese nell’aria, e con quel loro modo di saltabeccare da un argomento all’altro, che mi ricordano i passerotti sul terrazzo di casa, quando scuoto la tovaglia e qualche briciola non cade proprio giù, rimane in bilico sulla grondaia, e i passerotti lì a beccarle saltando dall’una all’altra, e poi arriva un colpo di vento improvviso e quelle cadono sui panni appena stesi dalla signora di sotto, che poi alle riunioni di condominio lo senti come urla! Che poi questi scrittori, dicevo, aprono delle parentesi lunghissime, e parentesi nelle parentesi, e parentesi nelle parentesi nelle parentesi, come infinite matriosche di parole, che poi quando apri una parentesi ne trovi sempre un’altra dentro, sempre più piccola e un po’ ti spiazza, ma vai avanti a seguire le parentesi, che prima o poi arriveranno al punto che si chiuderanno, ti dici, una dopo l’altra si chiuderanno e si arriverà al nocciolo della questione, ma al punto non ci arrivano mai e così, a differenza delle matriosche vere, arrivi al centro e non c’è niente, niente di solido intendo, niente di ricollegabile al discorso di partenza. Che poi, tanto, a quel punto mica te lo ricordi più il discorso di partenza. Le parentesi son come delle matriosche vuote. Che poi son così lunghe le parentesi, dicevo, che questi scrittori a volte nemmeno ce la fanno a chiuderle. O a volte, quando si impuntano, insistono e proprio si vede che hanno voglia di chiuderle, le parentesi, queste parentesi son diventate così lunghe, che poi gli tocca tagliarle a mezzo con un punto, o persino un punto esclamativo, a volte, quando il discorso lo richiede e proprio non se ne può fare a meno. E allora poi quando il discorso lo richiede e loro son proprio costretti a mettercelo, il punto, o il punto esclamativo, poi la parentesi gli tocca chiuderla nella frase successiva.
Pensa te.
Stavamo dicendo?

—-

Il pezzo migliore del giorno l’ha scritto maia (grazie agli svizzeri per la segnalazione).

La lettura di Nabokov è di conforto perchè lui di questo periodare meravigliosamente senza terra ne ha fatto un’estetica. Ha una padronanza crudele e impressionante delle parole inglesi, e dei giochi per cui si possono utilizzare, ma al tempo stesso quando lo leggo penso, “ma questo però non è inglese”. Ed è sollevante sentire per un attimo che io, Nabokov, e il tassista pakistano abbiamo una cosa in comune. Poi vabbè, Nabokov era un aristocratico russo dandy entomologo che parlava diciotto lingue (secondo me era un anche po’ stronzetto, da come tratta i suoi personaggi). Però accontentiamoci delle cose in comune.
Leggere Nabokov da quasi-bilingui.
(Pavese) era economo, ma non avaro, come un contadino che conosce il valore dei soldi guadagnati faticando. Ricordo ancora la lettera dove chiede che per Paesi tuoi gli sia “versato in anticipo n. 1 pipa, onde fumarsela per preparare con serenità altri e più seducenti racconti”.

Giulio Einaudi, Frammenti di memoria, Rizzoli, da il tuffatore (via phonkmeister)

uno con le bazze

Salve, mi chiamo Obama. Vorrei pubblicare un libro.

Parente?

Fratello.